Rassegnazione

Devo dire che “l’amico” che non riesce ad essere utile, di compagnia o anche semplicemente una distrazione è di fatto una persona inutile.

Gli anni di amicizia diventano quindi una sorta di metro di sopportazione.

Quanto posso sopportare la sua incapacità di fare l’amico?

Ecco, tutto questo discorso mi fa fortemente schifo.

L’amicizia dovrebbe essere qualcosa di spontaneo, io ho piacere di sentirti, tu hai piacere di ascoltarmi e insieme si spera che ci si riesca a divertire e magari a creare bei ricordi.

Invece diventa tutto un “ma a che servi?”.

Aver detto tutti i fatti miei ad un che si presuma conosceva già tutto, visto che sono anni che mi sente tutti i giorni, ricevendo poi una risposta superficiale e sopratutto offensiva mi ha fatto capire che “BASTA”.

Basta perché obiettivamente io non ho bisogno di passare del tempo con uno che tendenzialmente non mi migliora la vita, che anzi il più delle volte mi costringe a scendere ad un livello che mi mette a disagio e mi rende più asociale di quello che sono.

Quello che mi frega è avere sempre il dubbio di esagerare, di essere troppo drastico, di arrivare sempre alla conclusione che è meglio “sopportare”.

Ma mi sarei anche un po’ rotto il cazzo eh.

Lui ora va in vacanza, buon per lui.

A me invece tocca un mese di bestemmie, urla e guai annunciati che poi è la routine della mia vita.

Ma lui, pur sapendo della mia situazione, si è mai chiesto a che serve nella mia vita? No. Quasi mi fa un piacere a sentirmi.

Lui a me.

Lui che per qualsiasi cosa delega altri, anche per chiamare un piazza, per qualsiasi sciocchezza. Per timidezza? Non lo so, non mi interessa ma stare al suo livello non migliore la mia malattia che di suo mi ha fatto isolare dal mondo.

Preferisco sentirmi solo in solitudine che solo sentendo tutti i giorni uno che invece di invogliarmi a sorridere alla fine mi deprime facendomi vivere nei sui limiti.

E basta.

Io mi rassegno, non è scritto da nessuna parte che devo sopportare persone nella speranza che mi diano una pacca sulla spalla perché a causa della mia famiglia sto sempre una merda.

L’amicizia che non esiste

Quando tutto va male, ma davvero male, quando sei una persona che tiene tutto dentro e arriva al limite e deve vomitare davvero l’impossibile… che fai?

Ti sei guadagnato con orgoglio quella salitudine che ti fa stare meglio, che ti aiuta a tirare avanti. Sei riuscito a superare quel malessere che ti impone di aver “bisogno” degli altri, di una fidanzata o di un amico, ecco… quando capisci pienamente il “meglio soli che male accompagnati” e ne fai un mantra, a quel punto esplodi e hai bisogno di parlare con qualcuno. Come fai?

Sai che non hai bisogno di una spalla su cui piangere, sai che non basta fare sesso o cercare l’amore della vita per stare meglio. Sai che questi sono piacere momentanei, sono qualcosa che sul momento posso aiutare ma che poi diventano delle responsabilità enormi che assolutamente non vuoi per mille motivi, tutti più che validi.

Ecco… cosa resta da fare?

Le figure professionali.

Le cerchi, le trovi ma ti devi “accontentare” di quello che passa la tua condizione di vita, la tua malattia, le tue non finanze.

E ti rendi conto di parlare con persone che devono solo scaldare la sedia, che ne vedono tanti e tu sei uno di quei tanti, né più né meno.

Ma ci vuoi credere, ci speri, alla fine è il loro lavoro no?

Parli, come un fiume in piena, ti sfoghi e tiri fuori tutto quello che pensi spiegando dettagliatamente cosa non va, cosa non ti fa stare male, cosa vorresti per stare bene e loro ti guardano e… cercano di capire quale parte del libro che hanno studiato all’università sei, così da manuale leggono anche “la cura” che altro non sono se non farmaci che già sai ti faranno male.

E allora perché ho parlato? Ma mi ha ascoltato? Ha capito la mia disperazione? Ha capito in che condizioni sto vivendo? Ha capito quanto odio questa vita?

Questo ti chiedi.

Ma loro non sono amici, loro sono dottori.
Prendi questi farmaci, starai meglio.

Ma tu sono anni che li prendi e non stai meglio, non li vuoi, non ti hanno mai aiutato e anzi hanno solo peggiorato la situazione.

Tu volevi una persona che ti ascoltasse, loro hanno capito che volevi essere salvato.

Ed eccoti qui, ancora da solo.
Ma con una sensazione di vuoto infinita dentro.
Un disagio interiore che ha un sapore amaro, fastidioso.
Senti un pizzico di rabbia, di seccatura.

Ti chiedi perché hai perso tutto quel tempo parlando.

E allora cerchi nella tua routine virtuale qualche modo per sfogarti.

Non è il luogo, non è il caso, sai che è tutto inutile e potrebbe potenzialmente peggiorare la situazione ma tanto ormai… che hai da perdere?

E senti “l’amico” online, quello che di te sa solo la parte che tu vuoi far vedere.

Pensi che mostrare anche la parte triste non è una debolezza, anzi forse aver sempre mostrato il simpaticone, quello con la battuta pronta, quello spensierato che fa sempre compagnia abbia creato più empatia.

E allora ti decidi, ti apri e dici la tua vita…

… e senti le loro risposte.

Ci resti male, davvero tanto.

Ti rendi conto che purtroppo è vero, puoi spiegare anche nei minimi dettagli il tuo malessere e le situazioni che lo creano, loro non sono te e non hanno la minima idea di come ti senti.

Quindi vuoi una pacca sulla spalla?

Mha.

Empatia.

Un “mi dispiace” perché sai che la situazione è così nera, così angosciante che nessuno può farci niente. Empatia.

E invece… Critiche, giudizi e sentenze al suono di “io avrei fatto questo” e “ma sei tu che vuoi stare così”.

E nessuna carta scritta, nessun certificato, nessun esame e nessun documento che dimostri quello che dici farà capire loro come stai, cosa vorresti e soprattutto come ti senti.

Cambiano discorso.

Ti dicono “no invece io…” e se proprio ti va di culo senti un “guarda non so che dire, mi dispiace”.

Freddo, quasi a sottolineare “ma che me lo dici a fare? Che vuoi da me?”.

Niente.

Davvero.

Niente.

È che a volte la solitudine ti fa pensare cose davvero brutte e vorresti una motivazione per non pensarle più.

Ma non la trovi.

 

Prima uscita durante la quarantena

Alla fine sono uscito. Incredibile. Dovevo.

A dire il vero non mi pesa l’isolamento, anzi io amo stare per i fatti miei ma la convivenza forzata con questa gente che si fa chiamare famiglia la vivo davvero male.
Mi schiacciano, mi avviliscono e mi deprimono all’inverosimile.
Ma sospiro, soffro e come sempre… tiro avanti come meglio posso.

Non uscivo di casa da quattro o cinque mesi, la mia malattia si vede principalmente in questo rendendomi qualsiasi attività fuori casa problematica e piena di sofferenza.

Ma questa volta dovevo, non costretto ma come sempre per fare un favore a quella gente che si fa chiamare sempre famiglia.

Mascherina? “Perché ti serve? Tu non esci mai!” E vabbè, compriamola online… venti dannati euro di mascherina! Non è per i soldi, è per il prezzo di qualcosa che dovrebbe costare meno della metà e che in questi tempi è davvero assurdo sovra prezzarla in questo modo, ma vabbè…

Esco.

  • Tante persone per strada
  • Quasi nessuno con i guanti
  • Qualcuno con le mascherine, altri no.
  • Vedo gente “ammucchiata” che discute tranquillamente senza rispettare il metro di distanza. Chi con la mascherina, chi no.

Vorrei dire di aver preso aria, non posso visto che avevo sta mascherina.
Ho visto il sole… ormai resto sveglio di notte per evitare sempre quella gente che si fa chiamare famiglia e non vederli, ma soprattutto non subirli.

E nulla, sono uscito 15 minuti di casa, ho fatto quello che dovevo fare e sono tornato.

Poi vallo a spiegare ai dottori che sono stato due giorni malissimo e con l’ansia. Ma fa niente. È andata.

Come va?

Rieccomi.
Questo è un blog personale, scrivo principalmente solo per me in modo da tornare ogni tanto (raramente a dire il vero) per leggere e dire “dai meno male è passata!” ma alla fine anche se passa, cosa non proprio scontata, porto dietro sempre segni e cicatrici.

Voi come state? Periodo di quarantena per COVID-19 e il bello è che io sono in quarantena da una vita per colpa delle mie malattie quindi non mi pesa la cosa, ma le persone che me la rendono insopportabile quelle sì che mi fanno stare male.

Mi sento prigioniero in una carcere dove tutti fanno il cazzo che vogliono e solo io mi preoccupo di non disturbare nessuno e di non rendere la convivenza un problema.

Solo io però.

Perché loro sanno di farmi soffrire, conoscono le mie malattie, sanno chi sono e cosa mi fa male… ma se ne sbattono e anzi, infieriscono.

Poi parli con loro e dicono “sei tu che sei strano e particolare”.

Sì, sono emotivo ed empatico oltre che una persona educata e questo è incompatibile con le bestie che sono loro.

Vorrei gridare aiuto ma in passato quando l’ho fatto davvero mi è arrivata solo tanta falsità, ipocrisia e una dose di menefreghismo che ovviamente, vuoi fartela mica mancare?

E allora niente. Scrivo.

Mi sfogo.

Non posso fare altro.

La ex psicopatica

Ho sempre sentito molti ragazzi lamentarsi della “ex psicopatica”.
Tutti hanno avuto la ex psicopatica.
Io no, ero io quello malato di mente a dire il vero, non credo psicopatico ma solitamente ho sempre avuto un buon dialogo con le mie ex.

Ma questa volta mi è andata male.
Sei anni con me, bravissima ragazza.
Ci lasciamo, tre anni senza di me e torna come la peggio pazza che esiste.
Lunatica, pesante, lagnosa e offensiva. E la lista potrebbe durare ore.

“Sono confusa” e “non lo so neanche io quello che voglio” sono state le hit più sentite dell’ultimo anno.

Poi io basta, perché ho già i miei di problemi e accollarmi i suoi pur volendo non reggevo.

Ci ho messo un anno per riuscirci.
Mannaggia a me.

Natale 2019

Non sono uno di quelli che odia il Natale, però mi mette tanta tristezza.
Sarà che ad un certo punto la mia vita è andata letteralmente a puttane ma ogni natale finisco sempre per paragonarlo a quei natali precedenti, lontanissimi e spensierati che senza consapevolezza mi rendevano felice.
Era bello fare regali, era bello ricevere regali.
Era bello che il Natale fosse un giorno diverso da tutti gli altri.

Adesso c’è sempre un guaio in più, c’è sempre un problema aggiunto.

Adesso il Natale è “sono ancora qua, che palle.”

Un non ritorno

Ciao Blog e ciao a te che mi leggi.
Penso spesso a questo blog ma alla fine più che sfogarmi con fiumi di parole cerco di tenere tutto dentro e tirare avanti, come meglio posso, fino all’esaurimento.

Ero curioso, mi sono chiesto se una persona che ho conosciuto qui “esiste ancora”. Sono rimasto colpito ed ho anche apprezzato il fatto che di me non abbia scritto, nulla, neanche una menzione. Meglio così, ero solo un’ombra e preferisco quindi restare tale.

Ma sono un ricordo? Mi pensa a volte? Che domande stupide, neanche avessi quindici anni. Ammetto però che mi manca, alla fine ero davvero legato a lei. Se passi e capisci chi sono bhe… spero che tu stia bene, nonostante tutto.

La mia vita invece no, crolla come sempre, annaspo e cerco di sopportare con tutte le forze che ho.
Vorrei dire alti e bassi, peccato che di alti … mha, di bassi invece, belli tosti, non mancano mai.

Ma si tira avanti, sempre.

Salute? Non c’è.
Famiglia? Vorrei che non ci fosse.
Economia? Sempre precaria, sempre ansia e angoscia.
L’amore?

L’amore? Fanculo l’amore. Sono stanco. Quello che ho avuto negli ultimi anni era solo un mio sforzo di dare tutto pur di campare “d’amore” e alla fine “siamo troppo diversi”.

Poi torna, poi la lascio, poi torna, poi la lascio.
Prima “non puoi darmi quello che voglio” e poi “ma io ti vedo come un fratello”.
Inutile ricordarle che è lei a cercarmi ogni volta e che io posso campare tranquillamente senza di lei.

Ormai sono diventato quasi immune al dolore, senza emozioni, con la rassegnazione e consapevolezza di una persona che evidentemente sta messa peggio di me.

E allora perché la riprendi ogni volta?

Mha. Tengo a lei, mi auguro sempre che metta la testa apposto infondo.
Ma come tutti i tira e molla, prima o poi la corda si spezza e amen.

Finirà, indubbiamente. Speriamo non duri troppi anni questa volta.

Momenti

Sono solo momenti.

Quando arriva quella morsa allo stomaco e alla gola, quella sensazione di vuoto e solitudine che sfocia in angoscia. Sono solo momenti.

Penso a lei, penso a cosa ho perso e mi chiedo cose stupide.

Poi il momento passa, ricordo TUTTO dall’inizio alla fine.

Faccio un respiro bello profondo e alla fine arriva la solita rassegnazione.

Perché la scelta è stata giusta, perché il problema alla fine non è lei o le scelte fatte. Il problema è la vita attuale, il presente. Il problema è non accettare la vita che non mi piace e per questo, ogni tanto arrivano quei momenti di angoscia… poi passano.

E’ solo un lavoro di rassegnazione, perché a conti fatti la situazione non la posso cambiare.

Peccato

Era così dolce e carina.
Davvero.
Me la sono ritrovata cambiata, troppo.
Più forte? Non mi pare.
Più matura? Non credo.
Più …? No.
Diversa.

Ha perso la sua dolcezza, ha perso quella parte che la rendeva unica ai miei occhi.

Ha perso quel particolare che mi spingeva a fare di tutto per lei.

Mi dispiace.

Buona vita.