La delusione

Passi tanto tempo cercando di capire se fai bene a insistere, se il tuo dare tutto e anche di più a quella persona valga davvero la pena e poi ti viene il dubbio che forse sono tutte domande sbagliate.

Bisogna essere equilibrati, se io do tanto devo ricevere lo stesso.
Se io sono sempre disponibile anche lei deve esserlo.
Se io le scrivo qualcosa deve ricambiare.

Aspettative, domande, ragionamenti, discussioni.

E se fosse tutto fottutamente più semplice?

Ti fa bene? Goditela.
Ti fa male? Ignorala, fai altro.

Riuscirci è il problema.

Ed ecco mille paranoie, pensieri e tattiche per ottenere questa “semplicità di gestione”.

Ero convinto che dovesse arrivare la sentenza, quella situazione, quel gesto che ti fa veramente male in modo da metterti alle strette e dire “basta, mi fa troppo male meglio chiudere tutto”.

Ma non arriva mai, basta sentirla, farsi due risate e tutto scompare, per pochi minuti… e si ricrea l’altalena delle emozioni.

Ma in questi giorni ho avuto modo di affrontare la cosa in modo diverso.

Certo il dolore è un bell’incentivo, ma odiare è come amare, genera una forza incontenibile, soffrire provoca sempre reazioni, seppur sterili ma le provoca.

La delusione invece… quando qualcuno ti delude ti spegni e basta. Certo ci pensi, ci resti male, rammaricato, cerchi di capire il perché ma alla fine neanche ti importa.

Ti delude, scuoti la testa, neanche ci credi anche se te lo aspettavi e … ti rassegni.

Prima è un “Non pensavo fosse così”.

E poi diventa un “ma a dire il vero me lo aspettavo”.

And you’re not here

I’m going under and this time I fear there’s no one to save me
This all or nothing really got a way of driving me crazy
I need somebody to heal
Somebody to know
Somebody to have
Somebody to hold
It’s easy to say
But it’s never the same
I guess I kinda liked the way you numbed all the pain…

Now the day bleeds
Into nightfall
And you’re not here
To get me through it all
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved
.

Il falso sorriso

Avete presente quelle persone che fanno sempre battute, che tengono vive le conversazioni e hanno sempre la battuta pronta? Quelle persone che sono di compagnia, che ascoltano e anzi fanno anche di più, le trovi sempre quando le cerchi. Quelle persone che parlano tanto, dicono tutto nel bene e nel male ma sempre in chiave ironica, sarcastica, mettendo ben in chiaro quello che pensano.

Ecco, io sono così.

Ma è tutta una montatura. E lo dico.
Io dico sempre che sono depresso e che le cose mi vanno male, parlo davvero tanto, cerco sempre una persona che mi ascolti, che abbia voglia di ragionare insieme a me in cerca di illuminazioni per stare meglio, di quel punto di vista o semplicemente di quella parola che rende la situazione più accettabile.

Peccato che le persone si annoiano, vogliono sempre la battutina, vogliono ridere!
Vogliono stare con te perché sei “simpatico” e se provi a dire loro che non è un bel momento ricevi risposte del tipo “ma che dici, dai pensa ad altro!” con una superficialità che mi fa salire un nervoso da record, da esaurimento.

Io sono proprio al limite.
Volevo scrivere un post “simpatico” raccontando in chiave magari ironica di questa persona che si presuma tenga a me e che nonostante i mille problemi mi sta vicino.

Ma non riesco, non ora.

Mi ha fatto male, molto male.
Mi ferisce di continuo e ad un certo punto ho smesso anche di dirglielo.

Se le dico che mi fa mancare qualcosa, che pur banale e che dovrebbe essere scontata ricevo sbuffi, acidità e un bellissimo “sei pesante”.

Io parlo davvero tanto, ma ormai con lei faccio fatica. Ascolto e visto che lei non è in grado di reggere la conversazione come me, arrivano i silenzi. Arrivano i suoi “ecco… tu che mi dici?” e io “nulla, solito”.

E si finisce a parlare sempre delle stesse cose, l’unico argomento che non ci fa discutere.
Un argomento che ormai è diventato stantio, inutile, quando ci sarebbe ben altro da dire.

Ma non lo dico, a che serve?

Per sentirmi dire che ho voglia di litigare?

E poi lei lo sa quando ci resto male, sa quando mi ferisce, lo capisce e non c’è bisogno che io lo dica.
Ma le sta bene, non dice nulla, tira avanti a far le cose sue, che mi feriscano o meno a lei importa poco.

E partono i mille pensieri.

Il mio tormento è pensare che non riesco a gestirla.
Penso che nonostante lei mi ferisca lo fa semplicemente perché sono io che voglio di più, sono io che mi aspetto cose che so bene non arriveranno.

Quindi mi affliggo cercando di “cambiare” e di “migliorare” per apprezzare invece il tempo che mi dona, quello che nonostante il suo da fare mi dedica.

Ma sale il nervoso.

Manco le chiedessi di sentirla ogni minuto o di scrivermi la divina commedia.

Si parla di cose banali, le chiedo semplicemente di farmi sapere cosa fa ogni tanto, dov’è, cosa sta facendo.

Ma no, non ce la fa.

Lei tira avanti a far le cose sue, e quando ha tempo e voglia si fa viva.

Si si lo so…. “ma tu non aspettare lei, tu vivi la tua vita e fai le tue cose”.

Sì, lo faccio… ma sono solo, con mille problematiche e quando una persona mi si avvicina così tanto mi illudo che riesca a darmi un minimo di supporto.

Ma se io sto messo così male e questa persona tendenzialmente pensa a se stessa, alle cose sue, se questa persona ha palesemente altre priorità… beh … ma io di questa persona che me ne faccio?

E mi sento un egoista a dirlo ma cazzo, io sempre pronto e disponibile, sempre a farmi in quattro quando le serve qualcosa e cosa ottengo?

“Ma sei tu che lo vuoi fare, io non ti ho chiesto niente”.

Così non va.

Oggi è una brutta giornata.

Eccomi: Un anno dopo

È quasi passato un anno dall’ultimo post.

Rileggo i miei drammi passati, rileggo i miei momenti neri … nella speranza di dire “è passata”.

Dunque è passata?

In realtà sì, questo però non vuol dire che va meglio.

Sono prolisso quindi per non tediare te, sfortunata persona che leggi, farò un breve riassunto.

Stavo male perché dopo sei anni lascio la fidanzata che ormai, palesemente, non mi amava più.
Le auguro il meglio, le dico che merita di amare e di essere amata, la lascio andare chiedendole solo di sparire del tutto dalla mia vita perché per me è impossibile andare avanti se ancora la sento.
Lei insiste, dice che possiamo essere amici e per un paio di mesi praticamente mi tiene a telefono parlando di un probabile ritorno e che la sua testa ora è incasinata.

Un giorno mi chiama e dice: “Il cameriere del bar ci sta provando” e non si fa più sentire. Il giorno dopo “guarda io non ho capito nulla.. alla fine sono uscita con il cameriere” e io “ma vi siete baciati?” e lei “eh… sì.. ma di più” e io “ma ci sei andata a letto? Cazzo l’hai visto la prima volta la mattina dello stesso giorno! Ma te non volevi tornare con me?” e lei “ma lui ha il fuoco dentro!” e io “nonlopossoscriveresarebbetroppooffensivo”.

Quindi ovviamente chiudo tutto, dopo sei anni.

Due anni di solitudine, mi faccio i fatti miei tendenzialmente, casini vari… rischio di finire in mezzo ad una strada.
Lei si rifà viva: “Ti ho pensato, volevo sapere come stai… ho incontrato solo stronzi e ho capito che nessuno mi tratterà mai come mi hai trattata tu”. E io … ok quindi che vuoi da me?

Sono un coglione, proviamo a tornare insieme ma in pratica la lascio ogni mese perché in un modo o nell’altro non riesco a perdonarla e in più me la ritrovo cambiata, “sporca” oserei dire, troppo diversa da come la ricordavo.

Due anni di tira e molla.

Poi basta, poi le dico che di amore ormai non se ne parla più e ormai si passa più tempo a litigare che altro quindi basta.

Qualche mese dopo conosco una donna su internet.

Mi ergo a paladino della giustizia, povera lei che viene fraintesa… “è una gatta morta!” urlano tutti, io che la conosco poco inizialmente mi faccio gli affari miei ma dopo pochi giorni di conoscenza eccomi lì, fiero e tronfio a difenderla da quelli che per mesi erano i miei compagni virtuali. “Non è come dite voi, dovete sentire anche lei, le cose non stanno così” e mille altre chiacchiere che dopo un mese sono finite con un grande “avete rotto andatevene tutti a quel paese” da parte mia.

Io e lei.

Scusa ma di dove sei? Dall’altra parte dell’Italia.

Ah.. vabbè esistono i mezzi!

“No io non prendo i mezzi da sola”.

Eh.. anche se non ho tutta sta salute dai vengo io.

“Eh… sono sposata, ma con il mio compagno ormai è finita, cioè restiamo insieme solo per la bambina”.

BUUUM.

Quattro o cinque mesi di chiacchiere, le sono stato vicino perché LEI passava un periodo difficile ma in un modo o nell’altro a sto tizio non lo lasciava. Mi sono sentito preso in giro, inizio a dirle che bisogna vederci, anche se le ripeto che ho problemi di salute e dovrebbe muovere lei il culo ma no… lei “ha paura”.

Ci decidiamo, ci organizziamo e …. LOCKDOWN! Vabbè.. restiamo a telefono, tanto durerà un mese, massimo due e… PANDEMIA! ZONE ROSSE!

E insomma, io mi rompo perché …. non lo molla zio cane, ma allora perché le giornate intere a telefono con me?

Ah sì.. come si chiama? N’attimo… aspè… aaaah FRIENDZONED!

Mollo, la ignoro… per disperazione torno dalla mia ex.

Lei se ne esce con qualcosa del tipo “non me lo meritavo dopo tutto quello che ho fatto, ti auguro ogni bene!”

Se se… due mesi non ci sentiamo, io rimando a quel paese l’ex che tanto non cambia mai.

Risbuca fuori lei.

“Come mai mi hai cercato?”

“Ti pensavo”

“Ma alla fine ti sei chiarita? Hai capito io che ruolo ho avuto nella tua vita?”

E lei “Lo ammetto, ho avuto una piccola cotta dai”

UNA PICCOLA COTTA??????

E insomma inizia a chiamare più di prima, videochiamate… di tutto. Ma di venire da me non se ne parla.

Io sommerso da problemi di salute ed economici, rischio in tempi davvero brevi di finire per strada.

Trovo un amico che mi da una mano, ad un’ora di macchina da lei.

Le dico che ora non ha scuse e lei “si ma vieni per te, per stare bene non per me”.

Ecco. Ed è tutto così. Ora si può viaggiare tra regioni.

Qualche mese e sono lì.

Questa il marito non lo lascia.

Io capisco le difficoltà, la situazione… capisco tutto.

Quello che non capisco è che cavolo vuole da me se alla fine con me non ci vuole stare.

E mi sarei rotto il cazzo di sentirmi dire “ti voglio un bene infinito”.

Ma che siamo tornati alle medie?

Ahhhh. Sfogato.

Alla prossima puntata.

(alla faccia del breve riassunto)

Rassegnazione

Devo dire che “l’amico” che non riesce ad essere utile, di compagnia o anche semplicemente una distrazione è di fatto una persona inutile.

Gli anni di amicizia diventano quindi una sorta di metro di sopportazione.

Quanto posso sopportare la sua incapacità di fare l’amico?

Ecco, tutto questo discorso mi fa fortemente schifo.

L’amicizia dovrebbe essere qualcosa di spontaneo, io ho piacere di sentirti, tu hai piacere di ascoltarmi e insieme si spera che ci si riesca a divertire e magari a creare bei ricordi.

Invece diventa tutto un “ma a che servi?”.

Aver detto tutti i fatti miei ad un che si presuma conosceva già tutto, visto che sono anni che mi sente tutti i giorni, ricevendo poi una risposta superficiale e sopratutto offensiva mi ha fatto capire che “BASTA”.

Basta perché obiettivamente io non ho bisogno di passare del tempo con uno che tendenzialmente non mi migliora la vita, che anzi il più delle volte mi costringe a scendere ad un livello che mi mette a disagio e mi rende più asociale di quello che sono.

Quello che mi frega è avere sempre il dubbio di esagerare, di essere troppo drastico, di arrivare sempre alla conclusione che è meglio “sopportare”.

Ma mi sarei anche un po’ rotto il cazzo eh.

Lui ora va in vacanza, buon per lui.

A me invece tocca un mese di bestemmie, urla e guai annunciati che poi è la routine della mia vita.

Ma lui, pur sapendo della mia situazione, si è mai chiesto a che serve nella mia vita? No. Quasi mi fa un piacere a sentirmi.

Lui a me.

Lui che per qualsiasi cosa delega altri, anche per chiamare un piazza, per qualsiasi sciocchezza. Per timidezza? Non lo so, non mi interessa ma stare al suo livello non migliore la mia malattia che di suo mi ha fatto isolare dal mondo.

Preferisco sentirmi solo in solitudine che solo sentendo tutti i giorni uno che invece di invogliarmi a sorridere alla fine mi deprime facendomi vivere nei sui limiti.

E basta.

Io mi rassegno, non è scritto da nessuna parte che devo sopportare persone nella speranza che mi diano una pacca sulla spalla perché a causa della mia famiglia sto sempre una merda.

L’amicizia che non esiste

Quando tutto va male, ma davvero male, quando sei una persona che tiene tutto dentro e arriva al limite e deve vomitare davvero l’impossibile… che fai?

Ti sei guadagnato con orgoglio quella salitudine che ti fa stare meglio, che ti aiuta a tirare avanti. Sei riuscito a superare quel malessere che ti impone di aver “bisogno” degli altri, di una fidanzata o di un amico, ecco… quando capisci pienamente il “meglio soli che male accompagnati” e ne fai un mantra, a quel punto esplodi e hai bisogno di parlare con qualcuno. Come fai?

Sai che non hai bisogno di una spalla su cui piangere, sai che non basta fare sesso o cercare l’amore della vita per stare meglio. Sai che questi sono piacere momentanei, sono qualcosa che sul momento posso aiutare ma che poi diventano delle responsabilità enormi che assolutamente non vuoi per mille motivi, tutti più che validi.

Ecco… cosa resta da fare?

Le figure professionali.

Le cerchi, le trovi ma ti devi “accontentare” di quello che passa la tua condizione di vita, la tua malattia, le tue non finanze.

E ti rendi conto di parlare con persone che devono solo scaldare la sedia, che ne vedono tanti e tu sei uno di quei tanti, né più né meno.

Ma ci vuoi credere, ci speri, alla fine è il loro lavoro no?

Parli, come un fiume in piena, ti sfoghi e tiri fuori tutto quello che pensi spiegando dettagliatamente cosa non va, cosa non ti fa stare male, cosa vorresti per stare bene e loro ti guardano e… cercano di capire quale parte del libro che hanno studiato all’università sei, così da manuale leggono anche “la cura” che altro non sono se non farmaci che già sai ti faranno male.

E allora perché ho parlato? Ma mi ha ascoltato? Ha capito la mia disperazione? Ha capito in che condizioni sto vivendo? Ha capito quanto odio questa vita?

Questo ti chiedi.

Ma loro non sono amici, loro sono dottori.
Prendi questi farmaci, starai meglio.

Ma tu sono anni che li prendi e non stai meglio, non li vuoi, non ti hanno mai aiutato e anzi hanno solo peggiorato la situazione.

Tu volevi una persona che ti ascoltasse, loro hanno capito che volevi essere salvato.

Ed eccoti qui, ancora da solo.
Ma con una sensazione di vuoto infinita dentro.
Un disagio interiore che ha un sapore amaro, fastidioso.
Senti un pizzico di rabbia, di seccatura.

Ti chiedi perché hai perso tutto quel tempo parlando.

E allora cerchi nella tua routine virtuale qualche modo per sfogarti.

Non è il luogo, non è il caso, sai che è tutto inutile e potrebbe potenzialmente peggiorare la situazione ma tanto ormai… che hai da perdere?

E senti “l’amico” online, quello che di te sa solo la parte che tu vuoi far vedere.

Pensi che mostrare anche la parte triste non è una debolezza, anzi forse aver sempre mostrato il simpaticone, quello con la battuta pronta, quello spensierato che fa sempre compagnia abbia creato più empatia.

E allora ti decidi, ti apri e dici la tua vita…

… e senti le loro risposte.

Ci resti male, davvero tanto.

Ti rendi conto che purtroppo è vero, puoi spiegare anche nei minimi dettagli il tuo malessere e le situazioni che lo creano, loro non sono te e non hanno la minima idea di come ti senti.

Quindi vuoi una pacca sulla spalla?

Mha.

Empatia.

Un “mi dispiace” perché sai che la situazione è così nera, così angosciante che nessuno può farci niente. Empatia.

E invece… Critiche, giudizi e sentenze al suono di “io avrei fatto questo” e “ma sei tu che vuoi stare così”.

E nessuna carta scritta, nessun certificato, nessun esame e nessun documento che dimostri quello che dici farà capire loro come stai, cosa vorresti e soprattutto come ti senti.

Cambiano discorso.

Ti dicono “no invece io…” e se proprio ti va di culo senti un “guarda non so che dire, mi dispiace”.

Freddo, quasi a sottolineare “ma che me lo dici a fare? Che vuoi da me?”.

Niente.

Davvero.

Niente.

È che a volte la solitudine ti fa pensare cose davvero brutte e vorresti una motivazione per non pensarle più.

Ma non la trovi.

 

Prima uscita durante la quarantena

Alla fine sono uscito. Incredibile. Dovevo.

A dire il vero non mi pesa l’isolamento, anzi io amo stare per i fatti miei ma la convivenza forzata con questa gente che si fa chiamare famiglia la vivo davvero male.
Mi schiacciano, mi avviliscono e mi deprimono all’inverosimile.
Ma sospiro, soffro e come sempre… tiro avanti come meglio posso.

Non uscivo di casa da quattro o cinque mesi, la mia malattia si vede principalmente in questo rendendomi qualsiasi attività fuori casa problematica e piena di sofferenza.

Ma questa volta dovevo, non costretto ma come sempre per fare un favore a quella gente che si fa chiamare sempre famiglia.

Mascherina? “Perché ti serve? Tu non esci mai!” E vabbè, compriamola online… venti dannati euro di mascherina! Non è per i soldi, è per il prezzo di qualcosa che dovrebbe costare meno della metà e che in questi tempi è davvero assurdo sovra prezzarla in questo modo, ma vabbè…

Esco.

  • Tante persone per strada
  • Quasi nessuno con i guanti
  • Qualcuno con le mascherine, altri no.
  • Vedo gente “ammucchiata” che discute tranquillamente senza rispettare il metro di distanza. Chi con la mascherina, chi no.

Vorrei dire di aver preso aria, non posso visto che avevo sta mascherina.
Ho visto il sole… ormai resto sveglio di notte per evitare sempre quella gente che si fa chiamare famiglia e non vederli, ma soprattutto non subirli.

E nulla, sono uscito 15 minuti di casa, ho fatto quello che dovevo fare e sono tornato.

Poi vallo a spiegare ai dottori che sono stato due giorni malissimo e con l’ansia. Ma fa niente. È andata.

Come va?

Rieccomi.
Questo è un blog personale, scrivo principalmente solo per me in modo da tornare ogni tanto (raramente a dire il vero) per leggere e dire “dai meno male è passata!” ma alla fine anche se passa, cosa non proprio scontata, porto dietro sempre segni e cicatrici.

Voi come state? Periodo di quarantena per COVID-19 e il bello è che io sono in quarantena da una vita per colpa delle mie malattie quindi non mi pesa la cosa, ma le persone che me la rendono insopportabile quelle sì che mi fanno stare male.

Mi sento prigioniero in una carcere dove tutti fanno il cazzo che vogliono e solo io mi preoccupo di non disturbare nessuno e di non rendere la convivenza un problema.

Solo io però.

Perché loro sanno di farmi soffrire, conoscono le mie malattie, sanno chi sono e cosa mi fa male… ma se ne sbattono e anzi, infieriscono.

Poi parli con loro e dicono “sei tu che sei strano e particolare”.

Sì, sono emotivo ed empatico oltre che una persona educata e questo è incompatibile con le bestie che sono loro.

Vorrei gridare aiuto ma in passato quando l’ho fatto davvero mi è arrivata solo tanta falsità, ipocrisia e una dose di menefreghismo che ovviamente, vuoi fartela mica mancare?

E allora niente. Scrivo.

Mi sfogo.

Non posso fare altro.

La ex psicopatica

Ho sempre sentito molti ragazzi lamentarsi della “ex psicopatica”.
Tutti hanno avuto la ex psicopatica.
Io no, ero io quello malato di mente a dire il vero, non credo psicopatico ma solitamente ho sempre avuto un buon dialogo con le mie ex.

Ma questa volta mi è andata male.
Sei anni con me, bravissima ragazza.
Ci lasciamo, tre anni senza di me e torna come la peggio pazza che esiste.
Lunatica, pesante, lagnosa e offensiva. E la lista potrebbe durare ore.

“Sono confusa” e “non lo so neanche io quello che voglio” sono state le hit più sentite dell’ultimo anno.

Poi io basta, perché ho già i miei di problemi e accollarmi i suoi pur volendo non reggevo.

Ci ho messo un anno per riuscirci.
Mannaggia a me.

Natale 2019

Non sono uno di quelli che odia il Natale, però mi mette tanta tristezza.
Sarà che ad un certo punto la mia vita è andata letteralmente a puttane ma ogni natale finisco sempre per paragonarlo a quei natali precedenti, lontanissimi e spensierati che senza consapevolezza mi rendevano felice.
Era bello fare regali, era bello ricevere regali.
Era bello che il Natale fosse un giorno diverso da tutti gli altri.

Adesso c’è sempre un guaio in più, c’è sempre un problema aggiunto.

Adesso il Natale è “sono ancora qua, che palle.”